VERONA: Nabucco – Giuseppe Verdi, 13 giugno 2025 a cura di Silvia Campana
NABUCCO
Giuseppe Verdi
Direttore Pinchas Steinberg
Regia, scene, costumi, luci, coreografia Stefano Poda
Personaggi e Interpreti:
- Nabucco Amartuvshin Enkhbat
- Ismaele Francesco Meli
- Zaccaria Roberto Tagliavini
- Abigaille Anna Pirozzi
- Fenena Vasilisa Berzhanskaya
- Il Gran Sacerdote di Belo Gabriele Sagona
- Abdallo Carlo Bosi
- Anna Daniela Cappiello
Assistente e movimenti coreografici Paolo Giani Cei
Orchestra, Coro, Ballo e Tecnici Fondazione Arena di Verona
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Direttore allestimenti scenici Michele Olcese
Arena di Verona, Verona,13 giugno 2025
Si tratta a volte di precise scelte ed obiettivi e si può dire senza ombra di dubbio che la Fondazione Arena di Verona in questo suo percorso li abbia perfettamente centrati entrambi con questo suo Nabucco inaugurale.

È ormai chiaro che il panorama musicale internazionale sia notevolmente mutato e le scelte ed i gusti del pubblico di conseguenza e da tempo a Verona (che conta un’affluenza turistica ogni anno più imponente) si è deciso di procedere su un doppio binario accostando al cartellone estivo areniano una stagione invernale al teatro Filarmonico assai interessante nelle scelte, che si propongono di introdurre titoli di più difficile fruizione prendendosi anche qualche rischio.

Non deve stupire allora che questo sempre più mediatico ed instagrammabile carrozzone estivo si mantenga saldo ai principi che recentemente ne hanno marcato le produzioni, connotate da una serie ristretta di titoli “sicuri” quelli cioè che pare assicurino una sicura e folta affluenza di pubblico (ricordiamo che l’arena con le sue 15.000 presenze non può essere rapportata ad alcun teatro di tradizione che si aggira intorno ai 1800 posti) riproposti o attraverso classiche ed amatissime produzioni ormai scolpite nella memoria collettiva contrapposte ad altre più concentrate intorno ad una chiave interpretativa techno-filosofica che ha recentemente trovato in Stefano Poda il più convincente degli aedi.

La sua visione (che comprende lo spettacolo nella sua interezza compreso di scene e costumi) ruota intorno ad una narrazione che, attentamente quanto strategicamente, miscela un uso raffinato delle più moderne tecnologie adattate qui in ogni aspetto dello spettacolo (elaborati allestimenti scenici, costumi polimaterici e di grande effetto estetico in combinazione con effetti speciali e illuminotecnici di potente impatto visivo ) ad una lettura di stampo più riflessivo che fa riferimento a più moderne filosofie che sembrano riunire influssi orientali, new age ed high tech in una visione del mondo che vorrebbe esplicitarne i conflitti e le pulsioni rendendoli di universale fruizione.

Servendosi di tutto ciò il regista costruisce all’interno dello spazio areniano una specie di orologio senza tempo attraverso la visualizzazione di una grande struttura centrale a forma di clessidra su cui troneggia la scritta Vanitas (ma il latino sembra percorrerla attraverso un flusso continuo di parole in perenne movimento) e di due gigantesche strutture a forma di semisfera innervate di neon, che ruotano cambiando inclinazione durante l’opera.
Entro questo spazio, immediatamente riconosciuto quale luogo di conflitto tra due culture, avviene l’azione che, come sempre nei lavori di Poda, viene vivificata con grande efficacia dall’ottimo lavoro di un gruppo di mimi/ballerini che potenziano, con la loro empatica fisicità, il linguaggio desiderato.

Quale elemento scelto per rendere forte ed ancor più impattante e spettacolare il tema centrale, la nobile arte della scherma (ma può esistere la nobiltà in una qualsiasi forma di guerra?) invade il gigantesco palcoscenico areniano rendendolo esso stesso teatro di un perenne e gigantesco combattimento.

Sarebbero molte le chiavi interpretative nascoste nello spettacolo (dalle bambine simbolo di una purezza ormai perduta che quasi combattono anch’esse una battaglia muta con l’esercito di Abigaille piuttosto che le gabbie che vorrebbero intrappolare i personaggi nelle rispettive ideologie) ma persiste l’impressione che le stesse rimangano tracce disperse di un diverso canovaccio, qui praticamente schiacciato da una scelta dominante più concentrata sullo sviluppo di immagini fortemente impattanti che sulla realizzazione di una più raffinata drammaturgia che, centuplicando l’emozione della partitura, quella sì potrebbe porsi quale inedito effetto speciale!
Fatte queste riflessioni è innegabile che il lavoro rimanga comunque assai ben fatto e non ha infatti mancato di registrare il gradimento del pubblico che ne ha particolarmente gradito le dinamiche.

Molto bene il cast (composto quasi nella sua interezza da artisti di chiara fama e provata professionalità) impegnato in palcoscenico.
Amartuvshin Enkhbath quale Nabucco si conferma personalità artistica eccellente grazie ad una robusta e morbida vocalità resa ancor più interessante da un canto che sempre giunge a sostanziarne la complessa interpretazione attentamente scolpita.
Molto bene anche la svettante Abigaille tratteggiata con veemenza da Anna Pirozzi che, in questa particolare serata, ha mostrata altresì una misurata sensibilità espressiva andando a ben cesellare i tratti più lirici del carattere verdiano.

Misurato e corretto il solenne Zaccaria assai ben cantato da Roberto Tagliavini miscelando giusto accento ed espressione.
Quali Ismale e Fenena di lusso Francesco Meli e Vasilisa Berzhanskaya mostravano con elegante misura e giusta espressività l’importanza tutta verdiana del canto sulla parola .
Completavano il cast l’ottimo Carlo Bosi quale Abdallo, Gabriele Sagona (Sacerdote di Belo) e Daniela Cappiello (Anna).

Molto bene il Coro della Fondazione Arena diretto da Roberto Gabbiani.
Pinchas Steinberg si portava correttamente e con giusta misura alla guida dell’Orchestra della Fondazione.
.
Applausi per tutti gli interpreti ed il Direttore per questa nuova produzione areniana che sembra confermare una diversa spettacolarizzazione di questo spazio dove il teatro sembra mostrarsi, ogni anno di più, quale imbarazzato ospite ma … o tempora o mores!
Silvia Campana


