TOLOSA: LUCIA DI LAMMERMOOR – Gaetano Donizetti, 24 febbraio 2026
LUCIA DI LAMMERMOOR
Opera in tre atti
Libretto di Salvatore Cammarano
da The Bride of Lammermoor di Walter Scott
Musica di Gaetano Donizetti
Direttore Fabrizio Maria Carminati
Regia Nicolas Joel (ripresa da Stephen Taylor)
Personaggi e Iterpreti:
- Lucia Jessica Pratt
- Edgardo Pene Pati
- Enrico Lionel Lhote
- Arturo Valentin Thill
- Raimondo Michele Pertusi
- Normanno Fabien Hyon
- Alisa Irina Sherazadishvili
Orchestre national du Capitole
Coro dell’Opera nazionale del Capitole
Maestro del coro Gabriel Bourgoin
Scene Ezio Frigerio
Costumi Francia Squarciapino
Luci Vinicio Cheli
Teatre du Capitole, 24 febbraio 2026
Quando si presentò per prima volta in Europa, al Teatro Sociale di Como nel 2007, giovanissima interprete di Lucia di Lammermoor, ricordo ancor oggi l’impressione che lasciò già dopo una splendida “prova generale”. Mi rivolsi alla compianta Giovanna Lomazzi, presidente dello’As.Li.Co. che mi aveva invitato a quella anteprima, dicendo: “Mi pare di aver ascoltato un amalgama tra Joan Sutherland e Beverly Sills!”. Da quel giorno, ove ho potuto, ho seguito con crescente interesse un percorso artistico che l’ha portata via via a superare sè stessa: Jessica Pratt.
Oggi, senz’ombra di dubbio, si conferma la più attendibile “virtuosa”, nel più completo senso del termine, in campo di Belcanto. Senza evocare impossibili fantasmi – basta e avanza quello invocato da Lucia!- e tentare inutili paragoni con pur eccellenti, molto spesso insuperabili, interpreti del passato, la sua versione dell’eroina donizettiana pare assolutamente definitiva. Se n’è avuta la prova nelle recenti recite al Teatre du Capitole di Tolosa – fortunatamente documentate da riprese video e prossimamente in onda sulla TV francese Antenne 2 – accolte dal pubblico, letteralmente ai suoi piedi, con un successo che definire trionfale sembra riduttivo.

photo©Mirco Magliocca
Al timbro purissimo, all’estensione vertiginosa, al dominio di una musicalità adamantina, si sommano nella sublime artista australiana – italianissima ormai per formazione e stato civile: motivo di ulteriore orgoglio – una maturità interpretativa dovuta all’esperienza e frequentazione del ruolo, il dominio della parte, la naturalezza squisita e fresca con cui si pone nel personaggio romantico, offrendone una personificazione totale, anche per la raggiante forma fisica, per la bellezza di un volto che ispira classicità, emozione, amore.
Preziosa già nella cavatina eseguita con trepidazione e mistero, convincente nel breve pertichino con la pure assai brava Alisa di Irina Scherazadishvili, un mezzosoprano da non perdere d’occhio per la bellezza e sonorità della voce, brillante nella cabaletta doppiata con motivate agilità e variazioni. Nel successivo duetto con Edgardo, l’altrettanto applauditissimo tenore di Samoa Pene Pati, già apprezzato in una memorabile esecuzione di Chavelier Des Grieux in Manon di Massenet al Liceu di Barcellona, dotato anch’egli di timbro personalissimo, solare, che ricorda molto quello di Pavarotti e che gli consentirà di brillare in ruoli lirici in un prossimo futuro, la Pratt stupisce per l’emissione angelicata, su fiati che da appena percettibili in eterei pianissimi si rinforzano in acuto con una tenuta ammirevole, lasciando commossi: un “Verranno a te sull’aure” mozzafiato.

photo©Mirco Magliocca
Dolente, ma autorevole, nel duetto con Enrico, il baritono belga Lionel Lhote ben immedesimato nel ruolo “villain” di crudele fratello, dotato di una voce molto presente e anche di un discutibile gusto veristicheggiante, compresa gratuita risatazza, alla “compar Alfio”, nel riaperto duetto della torre, la Pratt è molto presente nel concertato del finale secondo, eseguito senza tagli e con la presenza determinante di Alisa, concluso con un siderale Mi bemolle.
Dove però ha raggiunto l’apice esecutivo, sia vocalmente duettando con il bravissimo flauto di Sandrine Tilly, opportunamente coinvolta alla ribalta finale per ricevere meritati applausi, che soprattutto interpretativamente, è stato nella celebre scena della pazzia. Personalmente non ho mai prima d’ora sentito la “follia” resa con tale pertinenza drammatica: i colori, l’intensità dei suoni, gli “esitando”, le agili variazioni hanno complessivamente risposto ad un’esigenza tragica aliena da qualsiasi forma di esibizionismo, seppure ciò sia implicito nella scrittura stessa del brano. A questo punto, che la fatidica cadenza sia apocrifa, frutto di una tradizione (lodevolissima a mio modesto avviso) esecutiva, è del tutto irrilevante: del resto nel 1835 Donizetti (e con lui tutti gli altri compositori del tempo) lasciavano alla “prima donna” il compito di “personalizzare” le cadenze. In questo caso, con inedita verità musicale, vocale, interpretativa.

photo©Mirco Magliocca
Grande e precipuo merito quello di una direzione d’orchestra complice, condizionata da un’intesa perfetta con l’esecutrice, capace di cogliere, anzi suggerire se non anticipare, ogni intenzione e chiudere all’unisono, per esempio, il pizzicato eseguito con estrema precisione da un’orchestra in stato di grazia. Fabrizio Maria Carminati, giunto a sostituire un collega, ha Donizetti nel DNA e la totale, assoluta conoscenza e pratica di questo spartito, grazie a lui eseguito praticamente nella sua integralità. Colori – quella “tinta” notturna intrisa di presagi che Verdi seppe cogliere e poi trasferire nei suoi capolavori – accenti, fraseggio, garantiti con una presenza mai prevaricante, con sensibile contenzione specie degli ottoni, i quali se lasciati in “libertà” rischiano produrre l’effetto bandistico; soprattutto sostenendo come deve essere sempre nell’opera, specie quella romantica italiana, le ragioni del canto. Una lettura avvincente e coinvolgente, senza cedimenti. Ottimo pure il coro, in particolare il settore maschile chiamato a maggior impegno all’inizio e poi alla fine dell’opera, istruito da Gabriel Bourgoin.
Nel cast ha pure primeggiato per autorevolezza nel canto, artefice di una parola cantata difficilmente eguagliabile, il bravissimo Michele Pertusi, Raimondo Beidebent, gratificato dalla riapertura dell’aria del secondo atto e che riesce a trovare gli accenti drammatici nell’accorato arioso del terzo: “Dalle stanze ove Lucia”. Molto bene entrambi i tenori nelle due determinanti parti di fianco: Fabien Hynn, sonoro Normanno e Valentin Thill (chissà se parente del mitico George!) lo sfortunato “sposino” Lord Arturo, cui Donizetti impone una tessitura particolarmente ostica.
Infine il bellissimo spettacolo, firmato nel 1998 da Ezio Frigerio per le scene, corporee in sei gotici colonnati bifronte e con roccioso fondale su cui si proiettano suggestive immagini, Franca Squarciapino che creò sontuosi costumi d’epoca e Nicolas Joel per la regia, ora ripresa da Stephen Taylor e così pure le luci, inizialmente disegnate da Vinicio Cheli ora realizzate da Jacopo Pantani. Produzione più volte ripresa, anche al MET di New York; dunque abbondantemente ammortizzata nei costi, che per fortuna giunge ancora a noi integra, lussuosa, ricca di effetti e suggestioni. Ci spiace per gli irriducibili sostenitori del “regie theater” se qui non ci sono bidet in scena e se la protagonista non è ridotta al ruolo di almodovariana casalinga frustrata. Se ne facciano una ragione: il pubblico n’è rimasto entusiasta e, a quanto pare, pure gli interpreti in cuor loro hanno tirato un sospiro di sollievo, sperando in un cambio di rotta: non è mai troppo tardi.
Andrea Merli


