ESSEN: La fanciulla del west – Giacomo Puccini, 14 maggio 2026
La fanciulla del West
Libretto di Guelfo Civinini e Carlo Zangarini
direzione musicale Andrea Sanguineti
regia Dirk Schmeding
Personaggi e Interpreti:
- Minnie Ilaria Alida Quilico
- Jack Rance Massimo Cavalletti
- Dick Johnson Jorge Puerta
- Ashby Almas Svilpa
- Trin KS. Rainer Maria Röhr
- Sid Sono Yu
- Harry Mykhailo Kushlyk
- Joe Zicong Han
- Bello Karel Martin Ludvik
- Happy Baurzhan Anderzhanov
- Larkens Andrei Nicoara
- Postillon Albrecht Kludszuweit
scene Ralf Käselau
costumi Julia Rösler
video Johannes Kulz
direttore del coro Bernhard Schneider, Alessandro Mendozza
drammaturgia Savina Kationi
Aalto Musiktheater, 14 maggio 2026
Non solo la provincia italiana, ma anche insospettabilmente quella germanica offre gratissime sorprese. I motivi sono molteplici: realtà svincolate dal così detto “star-sistem” e, soprattutto, non succubi delle agenzie, gestione illuminata, coraggio nella programmazione, lavoro di gruppo ben armonizato, o più semplicemente voglia di fare e fare bene.
Partito per Essen, con curiosità più che con grandi aspettative, per una nuova produzione de La fanciulla del West – più che altro timoroso di trovarmi con l’ennesimo “mostro” di regie-theater – ne sono rimasto entusiasta, addirittura commosso.

Photo © Alvise Predieri
Mettiamo pure in conto che con gli anni si diventa psicologicamente più sensibili. Il capolavoro pucciniano (per me superiore all’incompiuta, gusto personale ovviamente) scatena in me un’onda di ricordi già dall’entrata del cantastorie Jake Wallace: “Che faranno i vecchi miei” con quella melodia cullante e nostalgica, mi provoca invariabilmente le lacrime. Specialmente ora, dopo l’anniversario del terremoto del 1976 in Friuli, è facile capire perché quei versi e quella musica parlino al cuore di un italiano nato all’estero, figlio e nipote di emigranti friulani. Era tempo che non mi commuovevo. Ho in memoria due precedenti, complice l’amatissima e mai dimenticata Daniela Dessì, in Butterfly a Nagasaki e in Liu a Macerata. Lacrime che riempiono l’anima di uno stato emozionale indescrivibile.
Complice qui una direzione musicale non meno che splendida di Andrea Sanguinetti, che a Essen è direttore stabile, il quale ha tratto tutta la poesia e la forte emotività di questo incredibile western composto da Puccini senza mai aver messo piede in America, cogliendone lo spirito più sincero. Una direzione anche gagliarda nei ritmi e tempi, senza perdere mai di vista il palcoscenico, concedendo ai cantanti ampi spazi per esprimere vocalmente liricità nel canto di conversazione su cui si sviluppa l’intera opera. Seguito da un’orchestra altrettanto lodevole e da un coro preparatissimo, che nei suoi elementi maschili ha prestato voce a diversi ruoli minori, diretto da Bernhard Schneider.

Photo © Alvise Predieri
La sorpresa, però, l’ha riservata la giovane protagonista, il soprano piemontese Ilaria Alida Quilico. Sortita da poco dalle file del comprimariato, la Pisana a Piacenza ne I due Foscari, e da esperienze in secondi cast a Busseto, venne presecelta a Kassel per Aida: è subito trionfo. Immediatamente scritturata a Essen, mette in gola in poco tempo il ruolo di Minnie, dico niente, e passa dal secondo al primo cast ottenendo un’altra accoglienza trionfale. Allieva di Federico Longhi, è un’artista da non perdere d’occhio: voce di soprano lirico pieno, con una freschezza di timbro che ha reso alla perfezione proprio la “fanciulla”, spesso apannaggio di soprano ormai maturi. L’acuto di forza ha tenuta e penetrazione sorprendenti, intonazione perfetta; capace di smorzare i suoni in pianissimo e messe in voce pregevoli. Si aggiunga che si è dimostrata già “animale da palcoscenico” dando vita ad un personaggio a cui la regia impone drastici cambiamenti: bionda star del varietà de la “Polka”, poi in versione Liz Taylor nel film “La gatta sul tetto che scotta” in sottoveste, nella capanna, infine amazzone battagliera nel finale. Abbiamo una nuova “pucciniana” (la immagino Tosca, Butterfly, Manon…) e non solo, per giunta italiana! Con un pizzico di orgoglio, inevitabile quando si è all’estero: possiamo essere contenti e felici.
Jorge Puerta è un tenore venezolano che non mi risulta abbia ancora cantato in Italia, essendo attivo soprattutto in Germania. Ed è un peccato, perché la vocalità è tipicamente latina, timbro chiaro, ma maschio. Una voce “alla Pavarotti” per facilità nell’emissione, che sembra sgorgare naturale e senza sforzo anche in acuto, interprete sensibile, fraseggio accurato, pronuncia perfetta, gran bei colori ed intenzioni. Pure lui debuttava la parte di Dick Johnson, o meglio Ramerrez: da riascoltare e speriamo presto.

Photo © Alvise Predieri
Massimo Cavalletti non ha bisogno di presentazioni: baritono schietto per timbro e colore, interprete credibile, appassionato, di un Jack Rance meno truculento del solito, apprezzabilissimo in un’esecuzione commovente di “Minnie, dall’amica casa son partito”, puntuale musicalmente in tutti i suoi interventi. Bene pure l’Ashby del basso Almas Svilpa; assai bravo il mercuriale Nick del tenore Ido Beit Halachmi, voce ben emessa e agilità atletica in scena. Ricordiamo il Sonora del baritono Tobias Greenhalgh e, visto che ne ho nominato il personaggio, il Wallace del baritono Jihoon Kim.
Lo spettacolo, sostanzialmente rispettoso della drammaturgia, comunque firmata da Savina Kationi, si avvale della regia di Dirk Schmeding, delle scene di Ralf Käselau, dei costumi di Julia Rösler e dei video di Johannes Kulz. Funziona bene soprattutto il primo atto, che prende spunto dalla cinematografia dei primi western del cinema muto, citando Charlot ne “La febbre dell’oro” (il cantastorie preso dalla fame si cucina la scarpa per pranzo) e con due orsi, che poi sono animati rispettivamente da Billy Jackrabbit e Wowkle, i “nativi” che Civinini e Zangarini fanno parlare all’infinito, recanti grandi cartelli a mo’ di didascalie in inglese. Il ritmo è incalzante, assai ben organizzato: s’intuiscono le molte prove. La trovata di fare entrare Minnie calata dal soffitto (una controfigura, ça va sans dire) quale divetta del “Café Chantant” è molto riuscita. Meno l’atto seguente, ma la storia segue senza soluzione di continuità nel terzo atto, realizzato con plausibile aggiornamento agli anni 50 dello scorso secolo. Uno spettacolo, in sostanza, godibile che ha ottenuto il consenso del pubblico, in piedi per gli applausi finali a tutta la compagnia.
Due note a margine: si viene a sapere – ulteriore sorpresa! – che la sempre menzionata Nina Micheltorena, pronunciata “Misceltorena” normalmente, nell’originale di Belasco porta la tilde sulla “ñ” e quindi in spagnolo è Micheltoreña: dunque si canta pronunciando “Miceltoregna”. L’altra – tal dei tempi è il costume – sta nella soppressione dei due “indiani”, trasformati in orsi… per non offenderne l’etnia. Mah! Vorrei proprio sapere come la metteranno a Dresda con la gloria locale Karl May, autore tedesco di una popolarissima saga di fumetti western pullulanti di pellerossa. Certo, non ci si sorprende, ma non si finisce mai di stupirsi dell’umana stupidità.
Andrea Merli


