Una «estasi d’amor» in bianco e nero

Una «estasi d’amor» in bianco e nero

  • 30/10/2019
  • 1328

TOSCA

Opera in tre atti su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
dal dramma La Tosca di Victorien Sardou

 

Direttore Matteo Beltrami
Regia Joseph Franconi Lee da un’idea di Alberto Fassini

Personaggi e Interpreti:

  • Floria Tosca, celebre cantante Ainhoa Arteta
  • Mario Cavaradossi Luciano Ganci
  • Il Barone Scarpia Dario Solari
  • Cesare Angelotti Giovanni Battista Parodi
  • Il Sagrestano Valentino Salvini
  • Spoletta Raffaele Feo
  • Sciarrone Stefano Marchisio
  • Un Carceriere Simone Tansini
  • Un Pastore – Ragazzo, Voce bianca


Scene e costumi William Orlandi
Luci Roberto Venturi riprese da Caroline Vandamme
Maestro del Coro Stefano Colò
Maestro delle Voci bianche Paolo Gattolin

Orchestra Filarmonica Italiana
Coro Lirico di Modena
Voci bianche della Fondazione Teatro Comunale di Modena
In collaborazione con la scuola La Carovana

Coproduzione Fondazione Teatro Regio di Parma
Fondazione Teatri di Piacenza, Fondazione Teatro Comunale di Modena
Allestimento della Fondazione Teatro Regio di Parma

Una «estasi d’amor» in bianco e nero di Attilio Cantore

 

Ho sogni bianchi

e quanto fa male

scriverli

a notte fonda

con inchiostro nero.

Faraj Bayraqdar

 

 


La Tosca firmata da Joseph Franconi Lee (da un’idea di Alberto Fassini) è senza dubbio un sublime elogio della dicotomia che ha il non comune merito di continuare ancora oggi a emozionare, nonostante abbia già festeggiato un trentennio. Emoziona di certo perché è un allestimento sempre viv0, che mantiene intatto il proprio fascino. E forse perché riesce a comunicare in maniera diretta senza mai essere astrusamente ermetico, come talvolta oggi accade. In breve: perché ha un suo carattere inconfondibile. E per tale motivo entusiasma ogni volta il pubblico in sala. Il che conferma, in qualche maniera, il pensiero di Rodin, cioè che «in Arte è bello soltanto quel che ha carattere».

Il Teatro Comunale “Pavarotti” di Modena, a ridosso delle recite di una apprezzata Bohème, presenta questo mirabile allestimento di Tosca dal 25 al 29 ottobre. Il bianco e il nero fanno da contraltare alla fede e al potere; e dominano la scena per tutto l’arco dell’opera, occhieggiando a certe pellicole francesi degli anni ’50 nelle suggestioni delle luci di Roberto Venturi, riprese da Caroline Vandamme. Figurativamente, non si indulge in un «verismo venato di eleganza appena caramellata e sognante» (Fabio Benzi). I costumi stile impero e le monumentali scene si devono all’estro di William Orlandi. Al pari de La primavera di Hölderlin qui «vince il vistoso, il nitido, il distinto». Ne sono testimoni, ad esempio, il fastoso Te Deum in una cupola in controluce che, quasi come una visione celeste, chiude cinematograficamente il primo atto, sugellando un momento in cui confluiscono e si fondono «in un unico campo semantico i concetti di romanità, fede bigotta, ipocrisia, potere e corruzione» (Michele Girardi); l’incombente Crocifissione di San Pietro di Guido Reni nel secondo atto che sovrasta la tavola imbandita alla quale il barone Scarpia siede con la fierezza di un Ercole Epitrapezio; immancabile (e oleografico) l’angelo bronzeo del 1753 con spada sguainata sulla cima del Castello nell’atto terzo. E, nel forgiarsi dei destini di uomini di eccellenza e soccombenza, sempre il grido bianco dell’aurora lotta con le tinte fosche della tracotanza in una Roma in fermento: «città di tombe e di ricordi», per dirla con Stendhal. Solo l’abito turchese di Tosca (atto primo) e il suo scialle di broccato rosso (atto secondo) riescono per brevi attimi a squarciare, almeno visivamente, le tenebre.

Il lavoro di concertazione di Matteo Beltrami è ammirevole per attenzioni e intenzioni nell’approccio alla elaborata partitura. La sua direzione musicale sa porre in rilievo plastico la drammaturgia facendo risaltare le molteplici sfumature dell’affresco sonoro pucciniano – musica al servizio dell’azione – intessuto di «motivi gustosi e originali!» in cui si intrecciano circa sessanta Leitmotive trapuntati da afflati lirici e slanci orchestrali densi di pathos. Con vigore guida sull’itinerario prescelto una ben coesa Orchestra Filarmonica Italiana, il Coro Lirico di Modena, istruito da Stefano Colò, ed il Coro di voci bianche del Teatro Comunale di Modena, preparato da Paolo Gattolin.

Il soprano spagnolo Ainhoa Arteta interpreta superbamente la cantatrice Floria Tosca, imprimendo una propria marca personale: al pari del personaggio, d’altronde, è lei la diva della serata; presenza di forte autorità come una autentica primadonna purosangue. Padroneggia il palcoscenico con fierezza di temperamento e timbro seducente, conquistando il pubblico. Straripante sensualità nel deliquio amoroso di «Non la sospiri la nostra casetta» e nel duetto «O dolci mani mansuete e pure» (che del terzo atto è «il vero centro luminoso»); tenace risolutezza durante il lungo interrogatorio di Scarpia; profondità emotiva e lacerante drammaticità nel momento in cui riflette sul proprio destino esoràbile, offrendo una applauditissima performance di «Vissi d’arte».

Personaggio per tanti versi interessante è Mario Cavaradossi, forse troppo schiacciato dall’esuberanza e dall’aura ‘divina’ della sua gelosa amante. Il giovane Cavaliere, nei suoi anni parigini, era stato allievo di Jacques-Louis David. Discendente di un’antica famiglia di patrizi romani (appellato, non a caso, «Eccellenza»), ha ereditato dal padre un cospicuo patrimonio oltre che idee liberali e antimonarchiche. La sua famiglia frequentava i salotti degli enciclopedisti e sua madre era nienteméno che una nipote del filosofo Helvetius. Conosce Floria Tosca una sera del 1799, durante una recita al Teatro Argentina (ah, quanti fortunati amori tutt’oggi nascono in teatro!).

Luciano Ganci è un Cavaradossi impeccabile. Il tenore romano, dans une forme éblouissante, sfoggia musicalità intelligente, flessibilità nella bella voce di gran volume ed amalgama timbrico scintillante e morbido. C’è, poi, qualcosa di magnetico nella sua arte interpretativa, il che gli garantisce un esito tanto squisito quanto spettacolare. Artista innamorato in «Recondita armonia»; amante appassionato nel dolce idillio di «Qual occhio al mondo può star di paro all’ardente occhio tuo nero?»; furente repubblicano nel terzetto infuocato «L’alba vindice appar». Di gran pregio il suo «E lucevan le stelle».

Benché non abbia propriamente intrapreso nessuna reale attività rivoluzionaria, Cavaradossi è comunque sospetto nei circoli monarchici per la sua educazione e la sua simpatia per la Francia napoleonica. Ecco, allora, che entra in gioco il personaggio del barone Vitellio Scarpia, capo della polizia, morbosamente innamorato di Tosca.

Godibile lo Scarpia del baritono uruguaiano Dario Solari che, se rifiuta una esibizione muscolare e indulge in levigata compostezza (forse vagheggiando una baronale noblesse d’esprit borbonica?!), punta a guadagnare in carattere scultoreo nel canto e in eleganza nel tornire le parole, con ottima dizione.

Braccio destro del barone è l’agente di polizia Spoletta: nelle poche e brevi oasi cantabili affidategli, Raffaele Feo presenta voce di buon timbro, rotonda e centrale, che sale con certo agio.

Nel frattempo, le petit Caporal Napoleone Bonaparte, proseguendo la Campagna d’Italia, ha ingaggiato battaglia in Piemonte contro le truppe austriache guidate dal generale Michael von Melas. La notizia della sconfitta di Melas a Marengo viene annunciata con squillo brunito da Stefano Marchisio, che con precisione interpreta il ciaffero Sciarrone.

La Chiesa di Sant’Andrea della Valle è in Tosca quasi più un palcoscenico di tensioni politiche che, propriamente, un tempio dello spirito. Giovanni Battista Parodi è senza dubbio un Angelotti di lusso, che con scenica scienza interpreta il fuggiasco «console della spenta Repubblica Romana». Valentino Salvini affronta il ruolo del Sagrestano mantenendosi riparato (se non occultato) in una algida sfera da ruolo quasi-parlato. Completano il cast Simone Tansini (Un carceriere) e Isabella Gilli (Un pastore).

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